Silenzio assenza

Ciò che mi rimane di te è la sola tua assenza.
I tuoi silenzi. Li ricordo ancora. Così diversi dalla quiete che invade ora il mio tempo.
Come in questa sera, qui, in riva al mare. Sono uscita di casa apposta, sapendo che sarei finita seduta su una di queste panchine, cercando la giusta tranquillità per parlarti. Pensavo di essere sola ma mi sono sbagliata. Sembra che le anime in pena abbiano scelto di addensarsi tutte qui.
No, non passeggiano, vagano, cercano qualcosa. E non lo trovano.
Ed io, dopo un po’ che le guardavo, mi sono alzata e, con loro, ho cominciato a camminare lungo questa strada sempre più buia. Da sola e allo stesso tempo insieme a tanta gente. Nell’infelicità che ci unisce.
È stato solo allora che ho capito.
Ed in questo istante, mentre la mia vita si scioglie nel mare, mentre precipito nell’abisso, mi libero finalmente dalla prigionia della tua privazione diventando io stessa assenza. Solitaria davvero, questa volta. Nell’unica felicità che mi rimane.*

* Breve a raccontino che avevo scritto un paio di anni fa in versione quasi identica per un’esercitazione a tema che una mia compagna aveva timore di affrontare.

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You, the living

Alla cassa:
«Ma è bello?»
«Non lo so signora. A me hanno detto di sì ma io i film non li vedo mai perché sto alla cassa».
«Ha ragione anche lei».

Me ne stavo comodo a guardarmi un film svedese al cinema Centrale. Con me altre tre persone in sala: 270 anni fra tutti e quattro.

«’sto film… mah».
«Eh sì, perché avevo letto che l’uso della psicologia… “meraviglioso e commovente”.. eh ma va là… che poi dopo un po’ è una barba. Però ha delle belle scene, bisogna dirlo».
«Io mi vado a prendere un gelato. Chi vuole un gelato?»
«Se c’è quello con il cioccolato sul bacchetto… com’è che si chiama quello che è fatto così?»
«L’è ‘l…»
«Mozzarello…»
«Sì, giusto. Dov’è, ragazzi, che si prendono?»
«Dalla signora bionda. Non è che ci vai tu a prenderli?»

Esce e rientra dopo pochi minuti con i gelati l’unico maschietto della compagnia.
«Ragazzi, dopo ce ne andiamo tutti alla Casa della Cultura!»

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Una parentesi

Un’esperienza semplice, un incontro per caso, che non mi sorprende perché quando vado ad un concerto lo metto sempre in conto che possa accadere. Che poi sia capitato senza alcuna relazione con questo motivo, poco importa.
Poco importa anche qualsiasi altra cosa visto che tutto quello che non si nutre va verso il suo destino più logico e scontato che è quello della morte. E anche il voler bene ad una persona è una cosa che, anche se rimane vera, finisce per spegnersi, come se precipitasse in un insensibile torpore.
L’aspetto più interessante comunque è che a volte, come ieri, si aprono queste piccole finestra da cui si vede scorrere la vita, anche solo per pochi istanti. Poi si richiude tutto e si ritorna come prima.
Così, tanto per ricordarsi com’è.

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Nausée

Non si può certo affermare che non l’avevo detto. Figuriamoci se ho la costanza e la pazienza di alimentare un blog di giorno in giorno. O meglio, quelle ce le avrei anche, il problema è che non ho niente da dire.
Forse questo potrebbe già essere in effetti un buon argomento: una lunga e articolata riflessione sul motivo per cui c’è poco da raccontare. Ma non interesserebbe molto gli altri e io non ho bisogno di pensarci troppo dal momento che l’ho già fatto e le conclusioni le ho già tratte.

Le giornate passano più o meno simili a quelle trascorse, non mi annoio, almeno nel senso classico e quotidiano del termine, la parola più corretta e appropriata, che mi è tornata alla memoria proprio nel momento in cui scrivo questa frase, è probabilmente nausée.

Dedico troppi pensieri al lavoro. E non se li merita.

Questa sera cena, ma non ho voglia di vedere gente. Vabbè, solita recita e pattume nascosto sotto il divano con un calcio.

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Intralci

A volte la vita è umiliante proprio a tutti i livelli. Potrebbe esserci qualcosa che la riscatta nelle piccole quotidianità, non penso a grandi svolte esistenziali, a grandi valori. Semplicemente qualcosa di piccolo, che magari ti fa vedere un filo di luce. E l’impressione è invece che più si accoglie con umiltà e dignità quello che non funziona, anche le piccole cose di ogni giorno si inceppano.

La domanda di questa sera ha quasi il sapore del paradosso: come mai quest’anno in cui non è successo niente di così platealmente negativo le cose stanno andando così male?

Sono stanco, vado a dormire.

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